Gentilissimi cineforumisti,
viviamo in un tempo in cui l’emigrazione viene spesso additata come un problema, una minaccia, un peso. Le parole che la accompagnano sono cariche di sospetto: “emergenza”, “invasione”, “crisi”. Eppure, se ci fermiamo un istante a guardare più a fondo, scopriamo che il movimento non è un’anomalia dell’essere umano: è la sua natura più antica.
L’uomo è migrante da sempre. Ha attraversato deserti e oceani, ha seguito il corso dei fiumi, ha cercato nuove dimore, quando la terra sotto i piedi non bastava più. Ha viaggiato per fame, per guerra, per amore, per curiosità. E in ogni spostamento non c’è soltanto bisogno: c’è un’inquietudine profonda, quella stessa irrequietezza che genera esplorazione, conoscenza, cultura.
Brooklyn (2015), il film scelto questa settimana, è proprio il racconto di una partenza che non è solo geografica, ma spirituale, culturale, interiore.
Quando lascia l’Irlanda, Eilis è una ragazza qualunque e nella sua valigia porta la propria vita per intero: la voce della sorella, i suoni e gli odori consueti, le strade familiari, la certezza di sapere chi è. Appena arrivata in America, Eilis si ritrova invisibile, fragile, sospesa. La nostalgia la attraversa come una ferita silenziosa. I primi tempi, non vive davvero: sopravvive.
Eilis parte perché deve e perché vuole. L’America per il momento è un vuoto, un luogo dove nessuno sa da dove provenga, né chi sia questa giovane donna irlandese.
Eppure, lentamente, quasi senza accorgersene, Eilis mette nuove radici accanto alle vecchie radici: sente di appartenere a ciò che ha lasciato, ma anche a ciò che sta imparando ad amare. Diventa capace di scegliere. E in quella scelta c’è il momento più profondo della sua crescita umana.
Brooklyn racconta la nostalgia non come debolezza, ma come prova dell’amore. Racconta il coraggio silenzioso di chi accetta che la propria identità non sia un luogo fisso, ma una costruzione continua, fatta di perdite e di scoperte.
Brooklyn è il racconto intimo e luminoso, potente e meraviglioso di come Eilis, una qualunque ragazza irlandese, diventa, senza accorgersene, una donna. Una donna americana.
Brooklyn (2015), il film scelto questa settimana, è proprio il racconto di una partenza che non è solo geografica, ma spirituale, culturale, interiore.
Quando lascia l’Irlanda, Eilis è una ragazza qualunque e nella sua valigia porta la propria vita per intero: la voce della sorella, i suoni e gli odori consueti, le strade familiari, la certezza di sapere chi è. Appena arrivata in America, Eilis si ritrova invisibile, fragile, sospesa. La nostalgia la attraversa come una ferita silenziosa. I primi tempi, non vive davvero: sopravvive.
Eilis parte perché deve e perché vuole. L’America per il momento è un vuoto, un luogo dove nessuno sa da dove provenga, né chi sia questa giovane donna irlandese.
Eppure, lentamente, quasi senza accorgersene, Eilis mette nuove radici accanto alle vecchie radici: sente di appartenere a ciò che ha lasciato, ma anche a ciò che sta imparando ad amare. Diventa capace di scegliere. E in quella scelta c’è il momento più profondo della sua crescita umana.
Brooklyn racconta la nostalgia non come debolezza, ma come prova dell’amore. Racconta il coraggio silenzioso di chi accetta che la propria identità non sia un luogo fisso, ma una costruzione continua, fatta di perdite e di scoperte.
Brooklyn è il racconto intimo e luminoso, potente e meraviglioso di come Eilis, una qualunque ragazza irlandese, diventa, senza accorgersene, una donna. Una donna americana.
